SCARABOCCHI

Traccia di sé nel tempo e nello spazio

Mostrai il mio capolavoro alle persone grandi, domandando se il disegno li spaventava. Ma mi risposero:”Spaventare? Perché mai uno dovrebbe essere spaventato da un cappello?”. Il mio disegno non era un disegno di un cappello. Era un disegno di un boa che digeriva un elefante. Affinché vedessero chiaramente che cosa era, disegnai l’interno del boa. Bisogna sempre spiegargliele le cose ai grandi…Questa volta mi risposero di lasciare da parte i boa e di applicarmi invece alla geografia, all’aritmetica, alla grammatica.Fu così che a sei anni rinunziai a quella che avrebbe potuto essere la mia gloriosa carriera di pittore… I grandi non capiscono mai niente da soli e i bambini si stancano a spiegargli tutto ogni volta.

— Antoine De Saint-Exupéry (1943)

La citazione richiama l’attenzione sul ruolo dell’adulto che spesso interviene nell’esperienza del bambino con la pretesa di insegnare didatticamente, cercare di fissare punti fermi nella dinamicità del processo dell’uso dei colori, dimenticando in questo modo che ogni scoperta per il bambino è un apprendimento solo se è vissuta, agita e che il sostegno, il rinforzo, l’amplificazione, l’intervento a specchio dell’adulto devono partire dall’esperienza stessa del bambino. Il significato dell’esperienza prende forma allora nella relazione con l’adulto e con gli altri compagni di scoperta.

Le esperienze grafiche del bambino iniziano quando scopre che può lasciare una traccia con la saliva, la pappa, la mano sporca, ecc. Con colori a dita, tempere, pastelli scopre poi la possibilità di lasciare segni, di stampare impronte, cambiare l’aspetto delle cose, coordinare l’occhio e la mano per tracciare linee. È il momento degli scarabocchi che sono preziosi e necessari, da favorire senza proporre modelli o modalità di esecuzione. Non si chiedono al bambino definizioni o spiegazioni del suo “disegno”: lui non sa “che cosa è” perché il suo scopo, ora, non è rappresentare ma scoprire la possibilità “magica” di lasciare traccia di sé nel tempo e nello spazio.

L’esperienza con il colore non ha come scopo la riproduzione della realtà , dell’ambiente, ma vuole coinvolgere altri aspetti fondamentali dello sviluppo del bambino e cioè la manipolazione del materiale, la scoperta e la conoscenza dello stesso attraverso gli svariati modi del suo utilizzo e l’espressività, lasciando tracce di sé senza condizionamenti.

E così il bambino scopre che il colore si può stendere, mescolare, spalmare, può sgocciolare, schizzare, colare, macchiare, sbiadire. È un colore, dunque, non solo da vedere ma anche da toccare, ancora una volta nel pieno coinvolgimento e piacere di tutti i sensi.

Prima tappa

Come prima tappa vengono proposti grandi fogli a terra e il bambino può sperimentare il colore con tutto il suo corpo. E così il corpo diventa non solo mezzo e strumento , ma anche spazio su cui spalmarsi i colori: il bambino prova “il piacere motorio di tutto il suo corpo che traccia”(Dallari). È bene, quindi, usare carta ampia e robusta (da pacco) su cui il bambino possa scarabocchiare con tratti ampi: dato il livello motorio raggiunto, inutile proporre fogli piccoli in cui “costringere” il bambino a stare nei margini!

Seconda tappa

Il bambino familiarizza col colore sempre su grandi fogli ma posti sul tavolo o attaccato alla parete e con l’utilizzo di strumenti:

  1. Gli viene data la possibilità di sperimentare la tempera con il rullo, con pennelli tradizionali e con pennelli di gommapiuma;
  2. Su fogli posti a terra il bambino lascia tracce di colore con delle macchinine;
  3. Si diverte a timbrare i fogli con frutta e verdura.

Felice come un bambino che dipinge… Perché l’atto del tracciare fa parte delle necessità fondamentali di ogni essere umano e la predisposizione a quell’atto esiste in ognuno di noi. Il compierlo ci offre un piacere senza limiti.

— Arno Stern

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Fonte:

RIVISTA “Mondo zero tre- La rivista per la prima infanzia”

 

Link utili:

Arno Stern
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